Staking criptovalute: Cosa dice l’amministrazione?

Non siamo di certo abituati a leggere con cosi tanta frequenza chiarimenti amministrativi circa le monete virtuali.

La disciplina figlia della prassi si è formata lentamente, a partire dalla ormai famosa sentenza della corte di giustizia del 2014 (c-264) fino ad arrivare a risoluzioni della nostra agenzia e a vari interpelli.

Nonostante questo, i fenomeni collegati al mondo delle criptovalute sono veramente eterogenei, con diverse sfaccettature, diversi risvolti e soprattutto in continua evoluzione.

È proprio quest’ultimo aspetto che rende difficile dapprima al legislatore e poi alle autorità amministrative fornire chiarimenti in merito al trattamento dei diversi fenomeni.

D’altro canto, anche noi operatori del settore abbiamo le nostre responsabilità, la ricerca continua di chiarimenti anche dove non ce ne sarebbe bisogno fa si che l’autorità amministrativa finisca per volgere tutto verso la propria finalità, quella di massimizzare il prelievo fiscale.

Questo è quello che si è verificato nell’estate 2022. Con più interpelli consecutivi nati sostanzialmente su istanza del medesimo contribuente è stato affrontato il fenomeno del c.d. Staking di monete.

Tale meccanismo si fonda sul blocco di moneta da parte dello staker (possessore di moneta virtuale che decide di bloccare le proprie monete virtuali in apposite piattaforme allo scopo predisposte)  il quale riceverà una ricompensa in moneta virtuale in virtù del suo, passatemi il termine, “pegno”.

Lo Staking è recentemente diventato sempre più attuale e importante anche alla luce del cambio di paradigma alla base della tecnologia di Ether. La seconda moneta virtuale per importanza dopo Bitcoin infatti validerà adesso le proprie transazioni attraverso il “POS, proof of stake” e non più attraverso il “POV, proof of work” (criticato per gli enormi consumi energetici) come la sorella maggiore Bitcoin.

Ricevendo quindi gli staker delle ricompense a fronte del loro pegno, gli interpreti si sono chiesti, anzi hanno chiesto all’agenzia delle entrate come inquadrare fiscalmente tali introiti.

L’agenzia si è espressa con 4 interpelli consecutivi, collegati tra loro, ma tra loro discordanti tanto che è stato necessario a conclusione un chiarimento correttivo del 26 agosto.

  1. n° 956-771/2022 emesso dalla Direzione Centrale Piccole e Medie Imprese;
  2. n° 397/2022;
  3. n° 956-448/2022 emesso dalla Direzione Centrale Piccole e Medie Imprese pubblicato anche come n° 433/2022;
  4. n° 437/2022 a conclusione

Su cosa si concentrano quindi in relazione all’attività di staking e a quali domande rispondono? Perché l’agenzia ha cambiato le carte in tavola nel giro di poche settimane se non giorni? Il contribuente è obbligato ad adeguarsi alle istruzioni dell’agenzia? E deve farlo retroattivamente?

Io sostengo che i contribuenti non abbiano né il dovere né l’obbligo di adeguarsi per il 2021 a istruzioni rilasciate il 26 agosto 2022 per due motivi. Il primo è che le norme tributarie non possono essere applicate retroattivamente, figuriamoci quindi un interpello che norma non è. Il secondo è che l’interpello vincola formalmente (non nella sostanza) solamente l’istante e in questi casi le questioni sono molto tecniche e precise e riguardano un’azienda operante del settore.

Ma che cosa ci dice l’amministrazione?

Inizialmente l’amministrazione proponeva, a parere di chi scrive giustamente, l’inquadramento del ricavato dalle monete in stake configurabile alla stregua di redditi di capitale e quindi assoggettati ad imposta 26%. Successivamente e sul finire dell’estate invece fa retromarcia sostenendo che si tratti invece di redditi diversi. Tale configurazione fa si che la tassazione non sia più sostitutiva al 26% ma che rientri a tutti gli effetti nell’imponibile irpef. L’agenzia ha fatto certamente il suo interesse, ma il contribuente?

Il contribuente si ritroverebbe nel caso a dover sostenere costi per la determinazione di calcoli complessi in quanto le società che forniscono tali servizi niente fanno in tal senso ed inoltre si andrebbero a tassare valori presunti carenti di attualità effettività e oggettiva determinabilità (principi cardine per applicare le imposte) e il tutto con aliquote certamente più alte.

Tra le altre cose, qualora le piattaforme di staking siano italiane, queste avrebbero anche l’obbligo di sostituto di imposta andando a trattenere una ritenuta sulle reward a titolo di acconto. Evidente perdita di competitività rispetto alle concorrenti straniere.

Adesso chiediamoci insieme, come avvengono le rewards? In euro?

Decisamente no, nella quasi totalità dei casi le ricompense da staking avvengono in moneta virtuale.

Onere del contribuente sarà quindi quella di attualizzare il cambio a ogni rewards ottenuta e poi portare a tassazione questo presunto reddito?

Siamo alla follia pura e viene scaricato tutto il peso e la responsabilità in capo al contribuente.

Il consiglio che do ai miei clienti è molto semplice quanto perfettamente allineato con i principi tributari e costituzionali ed è il seguente:

Hai delle rewards da staking? Benissimo, lasciale sui wallet ed effettua correttamente le operazioni dichiarative relative al monitoraggio fiscale. Qualora tu converta tali provviste in euro (o moneta Fiat) tieni tracci e portale a tassazione quale reddito di capitale con imposta al 26%. Quando arriverà non più un chiarimento, ma una norma di legge confermeremo o cambieremo il nostro operato da contribuente. Il resto lo lasciamo ai cambi di umore di una amministrazione finanziaria sempre più confusionaria e che si contraddice da sola.

Avv. Carlo Alberto Micheli